La lingua italiana è nata a Travale

A circa sei chilometri da Montieri, in provincia di Grosseto, c’è un piccolo borgo di epoca medievale. Fino al ‘300 è appartenuto alla famiglia Pannocchieschi, poi alla Repubblica di Siena per poi entrare a far parte delle terre del Granducato di Toscana intorno al ‘500.

 

E’ il Borgo di Travale, piccolo gioiello incastonato nelle colline metallifere che guardano verso la Maremma. Questo borgo tranquillo e isolato è a tutti gli effetti la madre patria della lingua italiana.

Il primo documento nella lingua del volgo

L’Archivio Storico Diocesano di Volterra custodisce un documento di capitale importanza per la storia della nostra lingua: la famosa “Guaita di Travale”, pergamena datata 30 giugno 1158 e conservata nell’Archivio Diocesano della città etrusca. Si tratta del primo documento ufficiale scritto in italiano, la più antica attestazione scritta della lingua volgare di fronte all’uso pressoché esclusivo del latino negli atti ufficiali: la “Guaita di Travale” è considerata dagli storici la prima testimonianza attendibile della nascita dell’italiano. Una pergamena vecchia di nove secoli scritta da un anonimo cancelliere incaricato di redigere il verbale di un arbitrato.

La storia della “GUAITA”

Nel 1156 il vescovo Galgano, appartenente alla potente famiglia dei Pannocchieschi di Elci entrò in lite con il conte Ranieri per la divisione dei possessi di Gerfalco e di Travale.

Nel 1158 a risolvere la questione fu chiamato il giudice Balduino che, assistito dal suo segretario di fiducia, si recò al castello di Travale per raccogliere le necessarie testimonianze. Furono interrogati sei uomini di Travale e sei di Fosini che, sotto giuramento, dovevano chiarire l’appartenenza dei singoli territori all’una o all’altra corte.

Mentre si sono conservate le deposizioni degli uomini di Travale, riportate nella pergamena, mancano quelle degli uomini di Fosini e manca anche la sentenza finale del giudice: non sappiamo perciò come andò a finire la lite.

Malfredo la guardia del cassero: “guaita, guaita male, non magiai ma’ mezo pane…”

Il cancelliere trascrive le testimonianze sulla pergamena nel latino dell’epoca, ma quando a testimoniare sono i popolani trascrive le loro parole esattamente come le pronunciarono: in volgare, appunto.

La più importante testimonianza è quella di Pochino detto Pietro, il quale, per testimoniare che il podere di Casamagi appartiene alla corte di Travale, riferisce le parole di Malfredo di Casamagi che faceva la ‘guaita’ (guardia) a Travale: “sero ascendit murum et dixit: guaita, guaita male non magiai ma’ mezo pane”.

Il testimone riferisce cioè che Malfredo quella sera mentre saliva sugli spalti del castello di Travale, disse: “La guardia fa male la guardia: non mangia che mezzo pane”, affermando cioè a malincuore che era stanco di fare la ‘guaita’ (guardia), servizio a malapena ricompensato con un pezzo di pane.

Il lamento di Malfredo apre la strada a Dante

Le parole dette da Malfredo sugli spalti del castello sono i versi italiani più antichi di cui si conservi memoria scritta. Sono testimonianza di un italiano ormai vero e vicinissimo alla lingua in cui Dante compose poi la sua Divina Commedia. Insomma, un testo di valore enorme che attesta che la lingua italiana è nata proprio a Travale.

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