Il panno del Casentino

La tradizione della lavorazione della lana nel Casentino è testimoniata sin dalle epoche etrusca e romana.

 

Le risorse naturali della zona infatti crearono il luogo ideale dove sviluppare la produzione laniera: le distese erbose per i pascoli, i corsi d’acqua per l’energia idrica, prima, e idroelettrica poi, il legname delle foreste adiacenti, con il quale si poteva riscaldare le vasche per la tintura dei tessuti.

Le origini: il panno grossolano dei frati e dei pastori

Un documento del 1349 parla di “gualchiere per purgare e sodare i panni”: già allora a Stia veniva tessuta una stoffa rustica e compatta, da vendersi a Prato e Firenze. Inizialmente la caratteristica principale del panno del Casentino era soltanto quella di essere molto resistente all’usura e alle intemperie e quindi adatto a chi doveva vivere in viaggio o trascorrere all’aperto buona parte della giornata.

Un panno grosso, rifinito in maniera sommaria, che garantiva il perfetto isolamento termico e una traspirazione eccellente. Ciò era dovuto al “ricciolo”, segno distintivo degli abiti in Casentino, che si otteneva sfregando la lana con la pietra (oggi con macchinari) e che va a costituire un doppio strato antifreddo e antipioggia. Era quindi il panno prediletto dai frati del vicino Eremo di Camaldoli e la Verna ed è per questo che i primi abiti realizzati furono non a caso piuttosto simili, per forma e per colori (“fratino”, “bigio” e “topo”) al saio dei francescani.

La fine dei privilegi della lana fiorentina

Le eccellenti qualità del panno del Casentino furono oggetto di ostilità da parte dei Magistrati dell’Arte della Lana di Firenze che, temendo una forte concorrenza, imposero una rifinitura grossolana alla lana casentinese che doveva restare un panno per lavoratori.
Ma nel 1738 a Stia la manifattura della lana conobbe un improvviso sviluppo: Francesco III di Lorena liberalizzò sia la produzione che il commercio dei panni in tutta la Toscana, ponendo fine ai privilegi per l’Arte della Lana fiorentina. Più tardi il merito della continua crescita fu della Famiglia Ricci, che nel 1852 costituì la Società di Lanificio di Stia.

All’Esposizione Nazionale del 1861, la prima dell’Italia unita, il Lanificio vinse la medaglia d’oro per i panni militari.

Il colore arancio: un errore fortunato

Poco dopo la grande svolta: il lanificio di Stia, sfruttando la proverbiale resistenza all’usura del panno casentino, produsse e commercializzò a Firenze delle “mantelline per cavalcature”, destinate alla copertura degli animali da traino.
Un giorno un errore che fece la fortuna: l’allume di Rocca usato come mordenzante fu unito, per inesperienza di qualcuno, a dei coloranti chimici non proprio azzeccati. Ne scaturì il mitico colore rosso aranciato. Di lì a poco i barrocciai si cucirono i propri abiti, riciclando le mantelline dei loro animali: sfilate arancioni di uomini e animali passavano ogni giorni per le vie di Firenze e attrassero l’attenzione di dame e signori.

L’entrata nel mondo della moda

Fu allora che il panno del Casentino prende un posto nella moda: apprezzato dai Savoia, da personaggi illustri come il barone Bettino Ricasoli, Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini, veniva confezionato a doppio petto, con martingala e collo di volpe, simbolo di eleganza e raffinatezza, perfetto per andare a caccia o montare a cavallo.

Nel novecento grandi stilisti come Roberto Cavalli, Pierre Cardin e Gianfranco Ferré, ne consacrano l’ingresso nell’alta moda e il panno del Casentino, da Stia, viaggia in tutta Europa in Giappone e negli Stati Uniti.

Imperdibile una visita a Stia e al museo della lana negli edifici dello storico lanificio.

Museo della lana

Associazione turistica Pro Stia

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